Processo incerto e pena pesante
Qualche basilare dubbio garantista sulla condanna di Del Turco
La condanna in primo grado di Ottaviano Del Turco, già presidente della giunta regionale dell’Abruzzo a ben nove anni e mezzo di reclusione per una vicenda di tangenti nel settore sanitario è destinata a suscitare sorpresa e discussioni sia per l’entità della pena (che qui, come in altri casi sembra ammantarsi del crisma della esemplarità), sia per il carattere prevalentemente indiziario della ricostruzione dei fatti presentata dall’accusa, peraltro dopo anni di ripensamenti che lasciano trasparire una notevole incertezza istruttoria.
21 AGO 20

La condanna in primo grado di Ottaviano Del Turco, già presidente della giunta regionale dell’Abruzzo a ben nove anni e mezzo di reclusione per una vicenda di tangenti nel settore sanitario è destinata a suscitare sorpresa e discussioni sia per l’entità della pena (che qui, come in altri casi sembra ammantarsi del crisma della esemplarità), sia per il carattere prevalentemente indiziario della ricostruzione dei fatti presentata dall’accusa, peraltro dopo anni di ripensamenti che lasciano trasparire una notevole incertezza istruttoria. Com’è noto, il punto di partenza dell’indagine è l’accusa di Vincenzo Maria Angelini, ex proprietario di una casa di cura privata, Villa Pini, che ha dichiarato di aver versato tangenti per circa 15 milioni per ottenere vantaggi dalle giunte abruzzesi che si sono succedute dal 2003 in poi, compresa quella presieduta da Del Turco. La procura aveva operato una specie di retata, nel luglio del 2008, arrestando politici e imprenditori in base a una asserita disponibilità di prove evidenti e indiscutibili. Di queste prove, cioè dei riscontri materiali che suffragassero le accuse dell’imprenditore correo e “pentito”, non se ne sono viste. Non si è trovata traccia del denaro che Del Turco avrebbe ricevuto, e su alcune “prove” fotografiche i periti hanno avanzato dubbi di piena attendibilità, e di questa debolezza dell’impianto accusatorio si trova qualche traccia persino nella sentenza, che è stata di assoluzione per alcuni episodi, “per non aver commesso il fatto”.
Di queste contraddizioni interne alla sentenza si discuterà naturalmente nei successivi gradi di giudizio, ma già fin d’ora si può esprimere una considerazione sulla durezza della pena, che nasce da un reato associativo, l’associazione per delinquere, che anche in questo come in tanti altri casi viene contestato in base a comportamenti di collaborazione politica che solo a posteriori, e attraverso un’interpretazione molto partigiana, possono essere definiti come delittuosi. Anche per questa strada, soprattutto anzi per questa strada, si arriva a comminare pene colossali, che magari trovano qualche eco favorevole in un clima di disprezzo dei “politici”, trascurando le più elementari norme di garanzia. Una condanna pesante basata su dichiarazioni di un correo prive di riscontri materiali e ampliata dalla presunzione di collaborazione delittuosa tra soggetti politici inevitabilmente legati da rapporti di solidarietà del tutto legittimi, solleva più di una perplessità, indipendentemente dal nome e dal rango degli imputati. Se c’è una sensibilità garantista anche nella sinistra, sarebbe l’occasione di farla uscire dalle catacombe in cui sembra si sia inabissata. Ma si sa che sull’atteggiamento tenuto sul caso Del Turco il Pd avrebbe molte cose da chiarire a se stesso.